Opere del Prof. Giovanni Fragapane

Testo a cura di Giacomo Sferlazzo

In assenza di istituzioni che si preoccupino di salvaguardare e tramandare l’enorme patrimonio che Fragapane ha prodotto, credo vada fatto uno sforzo al fine di valorizzare, in generale la storia e la cultura, in particolare la storia e la cultura di Lampedusa e ancora più da vicino, le opere e le attività di Giovanni Fragapane. L’archiviazione digitale dovrebbe essere il primo passo per arrivare ad una pinacoteca dedicata ai pittori lampedusani, a partire da Fragapane, e ad una archivio pubblico che renda fruibile l’enorme quantità di documenti, foto e scritti su Lampedusa che Giovanni conserva in maniera ordinata e con grande cura. 

Fragapane merita un posto nella storia dell’arte del 900′ e avrebbe potuto affermarsi tranquillamente a livello nazionale. Ma l’isola, intesa come un corpo pulsante che vibra e si dimena, come ad uno spirito materno incarnato nella roccia e nel mare salato, non lo ha mai abbandonato, il suo profondo attaccamento alle radici lo ha fatto tornare, in un ambiente molto diverso dalla Roma o dalla Milano degli anni sessanta in cui lui ebbe l’opportunità di vivere e studiare. Un contesto, quello lampedusano, che nonostante lo abbia portato a fare il sindaco per due mandati, non ha mai compreso a fondo la grandezza della sua opera e delle opere da lui fatte realizzare a partire dalle piazze di Cascella e Pomodoro. Per quanto mi riguarda  l’opera pittorica di Fragapane è essenzialmente un rapporto con l’idea del divino. In questo continuo lavorio da mistico Fragapane cammina su un filo, come un equilibrista, tra la dirompenza ubriacante della vita e la sacralità composta e ineluttabile della morte. Tende cioè all’infinito, alla forma assoluta, all’idea platonica. La pittura di Fragapane è molto più vicina a Piero della Francesca che a Kandinsky, a Giotto che a Klee, nonostante dalla pittura astratta del ‘900 prenda tutta la forza rivoluzionaria, Fragapane rimane un pittore classico, anzi rinascimentale. Bisogna guardare con più attenzione per capire che Fragapane è un pittore del reale. Della complessità del reale. Ci suggerisce di guardare oltre il visibile della materia. Se nelle tele del finire degli anni sessanta si può leggere un timido inizio dell’alfabeto che ha poi maturato ed espresso, sarà solo a partire dagli anni settanta che la sua pittura assume una cifra unica. Un artista non può mai smettere di dialogare con la storia dell’arte e Fragapane non solo dialoga e cita in maniera raffinata opere letterarie, pittoriche e musicali ma interagisce in maniera critica con la storia dell’arte, attraverso la sua pittura. Ricuce, ad esempio, lo strappo che Fontana aveva provocato nella tela (forse cercando qualcosa oltre la tela, forse solo come atto di rottura con il bidimensionale) con uno o più sottili fili che imprimono alla tela leggere curvature, piccoli avvallamenti impercettibili che sottolinea con sfumature leggere e precise, con geometrie rigorose e armoniche. Così ristabilisce un contatto tra la sperimentazione e la ricerca della pittura astratta e la bottega dei maestri rinascimentali. Ma ancora una volta è Lampedusa a giocare un ruolo di primo piano, sia quando mette sulla tela le impressioni dei fondali marini popolati da pesci e meduse, che quando si accosta ad uno dei temi più abusati e mal raccontati degli ultimi decenni, cioé quello dell’immigrazione. Lo fa con straordinaria delicatezza e sensibilità, portando il corpo infranto degli immigrati morti in mare ad essere il mare stesso. Senza aggiungere retoriche, senza alzare il volume delle parole e senza cercare l’attenzione necrofila e pornografica che su questo tema spesso si scatena, perchè Giovanni non ha interesse né a vendere, cosa rarissima che ancora una volta qualifica lo spessore della persona, né ad attirare l’attenzione come molti hanno fatto, utilizzando il tema delle migrazioni. Giovanni non ha bisogno di questo e non ha mai tradito la sua integrità di artista del sacro e di servitore sincero della sua amata isola. Facciamo appello a tutta la comunità affinchè l’opera di Fragapane possa essere conservata e valorizzata come merita poiché la sua opera è parte fondamentale della comunità.

Testo critico di Marcello Venturoli

Un uomo in perpetua attività, dai mille interessi, la storia della sua isola, su cui l’Editore Sellerio ha pubblicato un libro fondamentale, l’insegnamento di materie artistiche, la politica come Sindaco del Comune di Lampedusa e Linosa e per anni a tempo pieno, l’ecologia per la sua isola, la Musica, la Poesia, Dio e la Sinistra, il Premio di Pittura annuale su vari temi universali, la Pace, I’Amore, cui hanno risposto Artisti nazionali di grande impegno, opere pubbliche da lui volute eseguite da scultori di fama indiscussa, come Andrea Cascella, Pietro Consagra, Arnaldo Pomodoro. Omaggi a Maestri delle recenti avanguardie, quali Turcato, Dorazio e la Accardi presentati alla Popolazione tutta e ai Turisti in numero esorbitante: ma fra tutte queste prerogative e capacità, fervore umano e sociale (in virtù dei quali una volta stette per perdere la vita con un attentato subíto nel suo studio a Lampedusa) Giovanni Fragapane è prima di tutto un pittore. Autentico, inconfondibile, obbligato magari da pause prepotenti del suo impegno amministrativo, ma sempre vitale e sorgivo.

E quando lo conobbi alla metà degli anni Sessanta, Fragapane mi portò a vedere alcuni suoi dipinti, che mise in mostra come frutti nel mio studio di via Dalmazia e i quadri mi dettero una felice emozione di solare sincerità, di ingenuità non priva di grazia.

La tecnica con cui l’artista operava è presto detta: su una tela spessa, un fondo monocromo, vibrante; su questo un collage di juta o di balla, ridipinto nel suo corpo sovente sottolineato da un alone cromatico di tono timbrico, più acuto; in modo che, se è accentuato I’aspetto artigiano e rustico del suo fare, il risultato è squisitamente pittorico, con una tavolozza solare, di un Mirò primitivo, di un Klee elementare. Come Si notava nei suoi “omaggi a Klee”, di quei soli e corpi con elitre e reste, toppe organiche di natura, di quelle forme viventi, che escon fuori sfrangiate e disbastite dal tessuto come una forma che si strappi o si dilati nella atmostera; sono appunto un omaggio rustico a Klee, come chi offra sull’altare delle grandi eleganze un fioraccio di campo ma con rapimento, tanto che qualunque azzardato timbro nella gamma dell’iride trova nel fondo il suo giusto punto e non si illeziosisce mai, anzi sprigiona un fervore e un candore verso le cose del creato, senza ordine formalistiche: così gli oggetti del mare, le nasse, i bruchi solari, gli album di misteriose piante e insetti che vivono dentro spazi incandescenti o sprigionano fosforescenze, liste argentee di filamenti su campiture nere, mettono insieme un inventario di forme ma non monotone; piccoli universi incapsulati dentro sagome e insieme frammenti di un discorso che ha per confini la mostra stessa, la quale sarebbe piaciuta tanto a Baumaister quanto a Capogrossi, per gli spessori e per le reiterazioni, senza per altro sconfinare nel gusto di questi. Non vi era tocco nei quadri di Fragapane, anche il più chiaro, di bianco argento o madreperlaceo che non gli venisse come gridato per quel di più che invade la sua isola e tutti i rapporti tesi che gli fossero permessi per la forza schietta dell’emozione. Egli compiva un cammino inverso a quello degli “astratto-concreti” (con i quali poco o nulla aveva da spartire, proprio in virtù della sua arte “materica” di sovrapposizione cucite e incollate) nel senso che quelli si muovono dal dato sensibile verso la semplificazione massima della forma astratta, invece Fragapane sembrava trovare, prima, la forma geometrica e riempirla poi di luci e di vibrazioni, quando addirittura (accentuando la misura delle parti del quadro in collage rispetto al fondo) non desse addirittura l’impressione di un ritaglio di cose di natura vere, astrattizzate in quanto collocate sulla tela con altra funzione. Dinnanzi a talune sue opere degli anni Settanta piace ammirare il tessuto pittorico che non è arazzo e neppure impasto alto, che è collage, ma dipendente da un fondo che domina tutta la tela, habitat indispensabile per le cose aggiunte, è fisionomico e riconoscibile.